Bassoatesino

Piccoletto e tirolese

Perché Starbucks non viene in Italia. Sbagliando

February 11th, 2012

Perché Starbucks non esiste in Italia? Di solito la risposta che ognuno di noi si dà (e che forse anche loro si danno) è che eviti il nostro paese per l’alto numero di bar presenti. Una specie di fast-food che fa espressi e cappuccini all’americana sarebbe sconfitta in partenza in un paese nel quale in ogni piazza ci sono almeno tre esercizi che svolgono la stessa cosa e lo fanno meglio.

Potrebbe però essere un errore. In un pezzo scritto per Business Week Stephen Farris spiega come in realtà il core business di Starbucks non sia la vendita di caffè, ma essere un posto dove bazzicare (“to hang out”). Ma che forse loro stessi ancora oggi non se ne siano accorti.

Farris ricostruisce la genesi di Starbucks: al fondatore Howard Schultz l’idea di creare una catena dedicata al caffè venne proprio durante un viaggio in Italia nel 1982. in Piazza del Duomo a Milano, osservando gli italiani che, appunto, si prendevano un caffè, chiacchierando, discutendo o semplicemente facendosi gli affari propri, Schultz si accorse insomma che nel nostro paese il caffè non era solo una bevanda da consumare ma un rito sociale.

Most Americans were still drinking their coffee at diners, in restaurants, or at the kitchen table; Italians had made cafes part of their community. Coffee didn’t have to be just a drink, he realized. It could be an experience. “It was like an epiphany,” Schultz recalled in his book. “It was so immediate and physical that I was shaking.”

Insomma, Schultz decide di trasformare la socialità del bere un caffè in una catena di locali. Dopo 30 anni Starbucks, che all’epoca era solo un produttore di caffè, ha oltre 11mila negozi sparsi per il mondo. Ovunque, tranne che in Italia. Perché qui ci sono i bar?

Guardare le zampette di un ratto agonizzante

January 27th, 2012

Anche la Germania è stata stregata dall’Isola. Per il sesto anno consecutivo va in onda su Rtl, Ich bin ein star, holt mich hier raus (Sono una star, tiratemi fuori di qui), conosciuto da tutti però come Dschungelcamp, la versione teutonica dell’isola dei famosi. E i tedeschi hanno perso la testa. In Germania non funziona come in Italia dove su ogni canale si può passare dall’altissimo al bassissimo in pochi secondi. Lì, a partire dai quotidiani, ogni cosa resta ben circoscritta nel proprio ambito. Di qua ci sono la Frankfurter Allgemeine Zeitung, serioso e autorevole giornale conservatore o la Ard, la televisione pubblica votata (quasi) solo al servizio pubblico. Dall’altra c’è la Bild, il giornale popolare da cinque milione di copie con annessa modella seminuda a pagina tre e Rtl, la televisione che manda in onda tutto ciò proprio non è servizio pubblico. Come appunto l’isola dei famosi.

La peculiarità di Dschungelkamp (capitata anche da noi per altro) è che lo spettacolo di mezze celebrità fallite, disposte a rotolarsi nella sporcizia per uno scampolo di luce della ribalta, sta risvegliando gli interessi morbosi anche dei media “alti”. Der Spiegel in un’intervista al vincitore dello scorso anno, definisce la trasmissione “l’osservare gli ultimi sussulti della zampe di un ratto, agonizzante a bordo strada”. Cionostante la versione online dell’autorevole settimanale al Reality dedica un ampio speciale riccamente illustrato. Anche la Sueddeutsche Zeitung, serio quotidiano di Monaco di Baviera non resiste e, fingendo uno sguardo un po’ snob, piazza lì la gallery sui concorrenti o l’approfondimento serioso.

Non che i tedeschi non amino i divertimenti popolari. Anzi, tutt’altro. Da decenni ormai uno degli eventi più seguiti è il Musikantenstadl, una specie di festival itinerante di musica popolare. Uno spettacolo al cui confronto il Festival di Sanremo si alza ai livelli di Woodstock. Qualche anno fa l’ospite d’onore al Musikantestadl, quello che portava la musica straniera di qualità (tipo Bruce Springsteen a Sanremo) è stato Albano Carrisi. Però era come se avessero ben chiara la divisione tra ambiti. Di qua il Musikantenstadl. Di là il Festival di Bayreuth. Una volta si sarebbe detto Cultura contro Civilizzazione. Ma ora anche questo muro di Berlino sembra caduto.

La sesta edizione di Dschungelcamp è ormai quasi alla fine. Ailton, ex calciatore brasiliano di Werder e Schalke, considerato alla vigilia uno dei favoriti, è stato eliminato da tempo e ormai a contendersi la vittoria sono rimasti in tre. Tra di loro anche una vecchia conoscenza del pubblico italiano: Brigitte Nielsen, madre d’arte, visto che suo figlio ha partecipato a una delle edizioni italiane del programma.

Update al 29 gennaio: Alla fine ha vinto proprio Brigitte Nielsen

Der Spiegel, Schettino e il carattere degli italiani

January 24th, 2012

E’ scoppiata la guerra. Der Spiegel online paragona il capitano Schettino, quello che ha abbandonato la Costa Concordia naufragata, con tutti gli italiani e tira fuori tutti i luoghi comuni sul Belpaese. A Repubblica.it Andrea Tarquini legge il pezzo, s’arrabbia e risponde per le rime, tirando fuori tutto l’armamentario sui tedeschi: dal nazismo agli emigranti maltrattati. A dare inizio alle danze di pensa Jan Fleischhauer, editorialista, dichiaratamente conservatore, dell’edizione online di Der Spiegel. Scrive Fleischhauer:

“Mettetevi una mano sul cuore. Qualcuno si è forse sorpreso che lo sfortunato capitano della Costa Concordia fosse un italiano? Ci si può immaginare che una simile manovra, inclusa la fuga finale, l’avrebbe potuta fare un tedesco, o meglio ancora, un inglese?. In fondo quel tipo d’uomo lo conosciamo dalle vacanze al mare: un uomo dai grandi gesti e dalle dita parlanti. All’inizio innocuo, basta non farlo avvicinare troppo ad apparecchi troppo grossi. Come si è dimostrato. Fare Bella Figura (in italiano nel testo), si chiama lo sport nazionale italiano del farsi notare dagli altri”.

Fleischhauer ammette di essere scorretto e di essersi spinto troppo in là. Ma poi, prosegue, gli stereotipi nazionali sono come quelli su uomini e donne. Ufficialmente li abbiamo superati. In realtà continuiamo ad usarli. E in fondo, osserva, “non bisogna fare uno studio genetico per rendersi conto che esiste una differenza tra i popoli”. Da qui Fleischhauer inizia un lungo panegirico per dimostrare che è nella differenza tra i popoli che si annida il fallimento dell’Europa unita e della moneta unica.

“Se oggi si parla della diversa solidità dei diversi paesi non è forse un modo elegante per parlare di pregiudizi nazionali?. Per rendersi conto che il progetto dell’Euro non poteva andare bene non c’era bisogno di studiare economia. Bastava farsi un giro a Napoli o nel Peloponneso.”

A sua difesa va detto che Fleischhauer si muove al limite del grottesco, giocando pericolosamente con il politicamente scorretto. Un genere letterario molto irriverente e spiritoso per chi lo scrive, spesso molto meno per chi lo legge.

E infatti non tarda ad arrivare da Repubblica la dura replica di Andrea Tarquini. Per il giornalista italiano il ragionamento di Fleischhauer forse “sarebbe tanto piaciuto al ministro della Propaganda del Reich, Joseph Goebbels”. E poi continua

“peccato che Fleischhauer si dimentichi o finga di dimenticarsi che la riunificazione tedesca fu finanziata dal resto d’Europa, perché i costi del risanamento della Germania Est in bancarotta spinsero la Bundesbank a un aumento spaventoso dei tassi. Il quale portò ad aumenti dei tassi a catena in tutta Europa, prima dell’euro, rovinando le altre economie, non quella tedesca. “

per poi concludere

“vogliamo parlare di carattere nazionale? Americani e britannici troppo generosi e spendaccioni per l’ex nemico, italiani, spagnoli e turchi troppo laboriosi alle linee di montaggio Volkswagen o Mercedes? E tedeschi incorregibili dopo la Weltanschauung nata da loro tra il 1933 e il 1945 secondo cui le nazioni non sono comunità di valori come nel mondo moderno, bensì solo razze come cavalli e cani?”

Intanto su Facebook Flaischauer si becca le reprimende dl alcuni suoi lettori e la Tageszeitung sta a bordo campo godendosi lo spettacolo. E si ricorda di un progetto del Goethe Institut del 2010, pensato proprio per i giornalisti, che aveva come scopo “bandire i luoghi comuni e riaccendere la curiosità reciproca”.
Scomettiamo che ne vale la pena? ci si diceva allora.

Update: allo Spiegel ha risposto anche l’ambasciatore italiano a Berlino. Michele Valensise. Der Spiegel ha pubblicato la sua lettera nella pagina dell’articolo di Flaischbauer. Qui la traduzione in italiano.